C’era una volta…. Giulio Andreotti

E’ il 2 maggio 2003, la sentenza d’Appello dichiara il Senatore Andreotti colpevole di aver “commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere” Cosa Nostrafino al 1980. Il reato però è stato estinto per prescrizione perché la sentenza definitiva non è arrivata entro il 20 dicembre 2002 (termine per la prescrizione).
Assolto invece per i fatti accaduti dopo la primavera del 1980, nonostante la Corte abbia confermato che Andreotti, incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980. Nel 1993 il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino interrogato dalla Procura di Palermo, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, mentre era responsabile della sicurezza di Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e il bossAndreaManciaracina che era all’epoca uomo di fiducia di Totò Riina. Andreotti stesso ammise in aula l’incontro con il boss, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca. La sentenza di primo grado comunque definì “inverosimile” la “ricostruzione offerta dall’imputato”, ma assolse Andreotti perché il tribunale stabilì che “mancava qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio”. Questo comunque conferma che Andreotti è rimasto in contatto con esponenti di Cosa Nostra anche dopo il 1980, almeno fino a quando il boss dei boss era Badalamenti. Con Riina boss di Cosa Nostra la mafia cambiò strategia e si pose in netto contrasto con lo Stato volendo dettare le condizioni. Si aprì il periodo delle stragi contro lo Stato. Infatti nel 1992 venne freddato sul litorale di Mondello il parlamentare DC Salvio Lima, che era uomo chiave di Andreotti e figlio di Vincenzo Lima affiliato della famiglia mafiosa dei La Barbera. Il pentito Leonardo Messina racconta le responsabilità di Lima in merito ai tentativi di aggiustamento del maxi processo. Lima fu ucciso per non aver mantenuto la parola con Cosa Nostra e probabilmente per mandare un messaggio ad Andreotti. Lo stesso Messina aveva affermato di aver sentito dire che Andreotti era “punciutu“, cioè un uomo d’onore con giuramento rituale.

Ma il nostro Senatore Andreotti è stato processato anche come mandante dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979. Mino Pecorelli era il direttore dell’Osservatorio Politico. Il giornalista, che aveva già pubblicato dei servizi scomodi per la Democrazia Cristiana, riguardo al mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR da parte di Andreotti, ora aveva tra le mani qualcosa di più scottante. La sorella di Pecorelli racconta che, qualche giorno prima di essere ucciso, il giornalista avrebbe incontrato il generale Dalla Chiesa che gli avrebbe consegnato importanti informazioni sul rapimento di Aldo Moro. Informazioni che erano contenute probabilmente nel diario di Moro ritrovato nell’appartamento di via Montenevoso dopo che fu ucciso dalle BR . La sorella Pecorelli racconta anche che la Digos portò via i documenti del fratello dalla redazione di via Tacito 10 minuti dopo il suo omicidio.
Il pentito Tommaso Buscetta raccontò ai magistrati che Badalamenti gli disse che ” l’omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti” che avrebbe avuto paura che Pecorelli avrebbe potuto distruggere la sua carriera politica.
Nel 1999 la Corte di Perugia assolse Andreotti, il suo braccio destro ed ex Ministro del Commercio con l’Estero Claudio Vitalone, il boss Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera e il presunto killer Massimo Carminati (fondatore dei Nuclei Armati Rivoluzionari di estrema destra, il suo nome è riapparso con lo scandalo del calcioscommesse). Successivamente nel 2002 la corte d’Appello ribaltò la sentenza di primo grado e Badalamenti e Andreotti furono condannati a 24 anni di reclusione come mandanti dell’omicidio Pecorelli. Tuttavia nel 2003 la sentenza d’Appello venne annullata senza rinvio alla Corte di Cassazione e la sentenza di primo grado, che vede l’assoluzione di questi signori, fu definitiva.
Sergio Flamigni, ex senatore e autore del libro “la tela del ragno“, racconta che “il direttore di OP (Mino Pecorelli) aveva delle informazioni di prima mano, che gli giungevano da alti livelli: basta esaminare le sue agende, i suoi appuntamenti, le telefonate registrate durante i 55 giorni del sequestro (di Aldo Moro) e anche dopo l’assassinio dello statista. Pecorelli aveva informatori che gli permettevano di ottenere notizie anche dal comitato tecnico-operativo del Viminale all’epoca del sequestro”.

Il Generale Dalla Chiesa, dopo essersi nuovamente distinto per aver portato avanti una dura lotta alle BR e ad essere stato un protagonista nella sconfitta del terrorismo, nel 1982 fu convinto da Andreotti ad insediarsi a Palermo come Prefetto. Il Generale aveva un diario in cui scriveva dei suoi incontri con Andreotti e, in particolare, si ricorda un appunto in cui riportava: «Ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare (da lui) e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[…] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno […] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze.» Ancora, Dalla Chiesa scrisse all’allora Presidente della Repubblica Spadolini una lettere in cui sosteneva che la corrente siciliana della Democrazia Cristiana facente capo Andreotti, sarebbe stata la “famiglia politica” più inquinata da contaminazioni mafiose.
Dalla Chiesa venne ucciso il 3 settembre1982, in un’imboscata dei mafiosi che egli aveva duramente combattuto. Insieme a lui morirono la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Russo. I mandanti dell’omicidio Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci, vennero condannati all’ergastolo.
Il pentito Giovanni Brusca dichiarò ai magistrati che «Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti. Durante la guerra di mafia c’erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali.» e «Chiarisco che in Cosa Nostra c’era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti.».

Questi tre episodi sono i più significativi della carriera del Senatore a vita. Molti altri avvenimenti che vedrebbero Andreotti implicato sono rimasti tutt’ora non ben chiariti. E’ bene ricordare il suo rapporto con il finanziere Michele Sindona, morto avvelenato in carcere, dopo essere stato condannato come mandante dell’omicidio Ambrosoli, e il rapporto con Licio Gelli e la P2. Anche Gelli giocò un ruolo non di secondo piano riguardo il caso Sindona. Questa relazione di rapporti attraversa vicende non meno gravi della “prima repubblica”; se già non li conoscete non smetterò di narrarveli con altri articoli.

Giulio Andreotti è stato dal 1991 Senatore a vita. Ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio per ben 7 volte, 8 volte Ministro della Difesa, 5 volte Ministro degli Esteri, 3 volte Ministro delle Partecipazioni statali. 2 volte Ministro delle Finanze, Ministro del Bilancio e Ministro dell’Industria. Una volta ha ricoperto la carica di Ministro dell’Interno, Ministro del Tesoro, Ministro dei beni culturali e Ministro delle Politiche Comunitarie.

Così scriveva Moro dalla prigionia in un passaggio in una lettera indirizzata ad Andreotti:


“…non è mia intenzione rievocare la sua grigia carriera. Non è questa una colpa. Si può essere grigi ma onesti, grigi ma buoni, grigi ma pieni di fervore. Ebbene On.Andreotti è proprio questo che le manca […].
Le manca proprio il fervore umano. Quell’insieme di bontà, saggezza, flessibiltà, limpidità che fanno senza riserve i pochi democratici cristiani che ci sono al mondo.Lei non è tra questi.
[…]
Cosa ricordare di lei? La fondazione della corrente Primavera per condizionare De Gasperi contro i partiti laici?
Ricordare la sua, del resto incoffessata, amicizia con Barone e Sindona? Il suo viaggio americano con il banchetto offerto da Sindona nonostante il parere contrario dell’Ambasciatore? La nomina di Barone al Banco di Napoli?
[…].”